Autore: AltreStorie

Minerba, impariamo a fare lobby e vinceremo

Minerba, impariamo a fare lobby e vinceremo

In passato abbiamo perso troppe occasioni – dice il fondatore dello storico festival Lgbtqi torinese – uniti, pur nelle nostre differenze, siamo imbattibili

Il coronavirus lo ha ferito ma non lo ha fermato. Per la prima volta nei suoi 35 anni di storia il Lovers Film Festival di Torino – il primo e più longevo festival Lgbtqi d’Europa – si è svolto in un’inedita edizione online, senza sala e senza pubblico dal vivo. Ma per una fortunata intuizione della sua nuova direttrice artistica Vladimir Luxuria ha mantenuto una programmazione online nei 4 giorni del suo calendario previsto che si chiude proprio oggi.

E allora proprio oggi col nostro progetto vogliamo dare spazio alle parole di Giovanni Minerba, che quel festival lo ha fondato, assieme al suo compagno Ottavio Mai nel 1986, e ha continuato a dirigerlo fino a pochi anni fa, conservando comunque un ruolo centrale ancora oggi in quello che grazie a lui è divetato uno degli appuntamenti culturali più importanti di Torino a livello internazionale.

Stai per lasciare Torino, dove 35 anni fa assieme al tuo compagno Ottavio Mai, hai dato vita al Torino GLBT Film Festival – Da Sodoma a Hollywood (Oggi Lovers Film Festival), per tornare a vivere nel tuo Salento. Come sarà questo ritorno?

Ovviamente è stata una decisione combattuta per tanti motivi. Già da qualche anno almeno 4/5 mesi li passo in Salento, dove con il mio compagno Damiano Andresano da circa quindici anni gestiamo una struttura ricettiva per l’estate. Negli ultimi anni tante cose sono cambiate per giustificare la mia presenza a Torino a partire dal mio “allontanamento” dal Festival.

Pensare di ritornare al Sud, la mia amata terra, è stato anche semplice, perché dovendo gestire la struttura Damiano era già residente in Salento, e quando, dopo 27 anni di convivenza, abbiamo deciso di fare l’Unione Civile, anche io ho dovuto fissare lì la mia residenza. Ma a parte questo il nostro rapporto con la comunità salentina è sempre stato eccellente, e anche il mio essere “conosciuto” è stato determinante. Come saprai, la nostra Unione è stato un evento pubblico, celebrato nel piccolo anfiteatro del mio paese natale (Aradeo) con migliaia di partecipanti. Questo ha consacrato la bellezza della nostra convivenza con la comunità.

Poi noi abbiamo un costruttivo e creativo rapporto con la realtà Lgbtqi salentina e questo sarà molto stimolante per la nuova vita di un “diversamente vecchietto” come me.

Ma Torino sarà comunque sempre la mia città. Ci sono “cresciuto” e ci ho vissuto 47 anni, mi ha dato tanto e la ringrazierò sempre. Ma soprattutto a Torino c’è Ottavio e una via dedicata a lui.

Giovanni Minerba, nato ad Aradeo (Lecce) nel 1951, vive a Torino dal 1972. È lì che nel 1977 incontra il suo compagno Ottavio Mai col quale dà avvio a un inossidabile legame artistico e sentimentale. Assieme autoproducono e girano diversi film, premiati in vari festivale e nel 1986 fodano
il Torino International GLBT Film Festival “Da Sodoma a Hollywood”.
Dopo la morte di Ottavio, Giovanni continua a girare film e a dirigere il “suo” festival initerrottamente fino al 2017 quando lascia il testimone.
Nel luglio 2019, con un evento pubblico di grande risonanza, si unisce civilmente con il compagno Damiano Andreasano nell’anfiteatro della sua Ardeo.
Oggi, dopo 48 anni di vita a Torino, Giovanni si appresta a rientrare definitivamente nel Salento dove col compagno gestisce un suggestivo Bed & Breakfast nel centro di Galatone (Lecce).

Parlando del Lovers Film Festival per la prima volta da quando è nato, a causa dell’emergenza coronavirus non si è potuto svolgere regolarmente con il pubblico e gli spettacoli dal vivo, ma si è scelto comunque di non fermarlo dando vita a un’inedita versione online dal 30 aprile al 4 maggio. Come vivi questa forzata distanza fisica col pubblico? Com’è nata l’idea e di cosa si tratta?

Come per tutti gli eventi che si sono trovati a dover affrontare questa situazione non è stato semplice. Saprai che da quest’anno a dirigere il festival c’è l’amica Vladimir Luxuria. Quando si è appurato che il festival non sarebbe stato possibile organizzarlo come è sempre stato, piuttosto che annullarlo, o quantomeno rimandarlo e basta, in attesa di capire cosa sarebbe successo, Vlady ha suggerito questo evento: nei giorni in cui doveva svolgersi, una rassegna online con film di autori italiani che erano stati programmati al festival nelle edizioni precedenti. Una scelta che mi è subito piaciuta anche perché io ho sempre voluto sostenere il cinema Lgbtqi di giovani e non autori italiani.

Certo che per me, ma non solo per me credo, tutto questo è molto strano. Incredibile. Sono certo che non sarò il solo a pensare con nostalgia a quello che si viveva durante il festival, le code dei sempre affezionati spettatori davanti al cinema, gli amici che arrivavano da fuori e che rivedevi dall’anno prima… Mamma mia che tristezza…

Allo scoppiare dell’emergenza sei stato fermato proprio a Torino e non sei potuto rientrare nella tua nuova casa salentina. Cosa è successo? Come stai vivendo questo periodo di quarantena? Come sono cambiati il tuo lavoro, le tue abitudini, le tue relazioni?
Giovanni Minerba con Vladimir Luxuria

Ero a Torino perché si prevedeva una mia collaborazione con Vlady per il festival, stavo comunque organizzandomi un viaggio in Salento per dopo il 7 marzo, che era il giorno dell’Unione di due cari amici. Dopo la festa Damiano è andato in Spagna, l’8 è scoppiata l’emergenza. Damiano è poi riuscito a tornare in Salento mentre io sono bloccato a Torino da sessanta giorni.

Quindi, come lo sto vivendo? Innanzitutto, lasciamelo dire, a forza di stare seduto il mio bel culo si sta appiattendo. Se sarà possibile chiederò un bonus per la riabilitazione… Per il resto credo di viverlo come buona parte delle persone di buon senso: chiuso in casa appunto con le uscite per la spesa e il giro dell’isolato un paio di volte al giorno.

Il “lavoro” non c’è, ma cerco di scrivere qualcosa che potrebbe trasformarsi in lavoro.

Le abitudini, quindi cinema, teatro, lunghe passeggiate serali mi mancano, mi mancano molto!

Le relazioni, a parte lontananza con Damiano, a cui sono anche abituato, mi mancano le cene con gli amici (non molti), che non sono soltanto il mangiare, ma soprattutto parlare, abbracciarci…

Il virus e le misure per contrastarlo hanno avuto un impatto enorme sulla socialità e anche sugli spazi di aggregazione Lgbtqi, come associazioni, serate, locali, eventi culturali. Come ripartire, come saranno i prossimi mesi?
Giovanni Minerba con Claudia Cardinale

Credo che quest’evento sarà, dovrà essere, l’occasione per provare a spostare lo sguardo su quanto si è smarrito. Secondo me negli ultimi anni ci sono state occasioni che ci potevano dare la possibilità di pretendere e ottenere di più. Non abbiamo intercettato e utilizzato bene queste potenzialità. Si è fatto tanto ma non quanto era possibile e sicuramente questo è successo perché non si è avuta la scaltrezza di essere UNA “lobby”. Sia chiaro non piacciono la scaltrezza e le lobby, ma sono spesso utilizzate, erroneamente. Questo, secondo me, per decenni è stato il principale errore del movimento Lgbtqi italiano. Democraticamente può essere anche giusto, ma poco funzionale. Nella realtà torinese che conosco direttamente invece posso dire che il tentativo di coalizzare i vari gruppi ha funzionato abbastanza con il Coordinamento Torino Pride, che è diventato UNA, se pur piccola, lobby.

Credo quindi che alla ripartenza si dovrebbe incominciare a pensare ad una sorta di banale “Tutti per uno, uno per tutti”. Ognuno con le sue peculiarità, ma non ognuno con lo sguardo verso il proprio ombelico.

Per chi come te ha dedicato tutta la vita alla promozione dell’arte e della cultura, di cosa avrebbe bisogno oggi questo mondo fragile e così duramente colpito per evitare il disastro?
L’unione civile di Giovanni Minerba (a sinistra) e Damiano Andreasano

Ovviamente ho ascoltato e letto di tutto in questi lunghi e devastanti giorni, credo che la “proposta” più stupida sia stata quella di riesumare il “Drive-in”… Allora, mi ripeterò, ma anche su questo penso sia necessario rivedere molte cose, non credo alle soluzioni alternative estemporanee, palliativi. Nell’arte non è più possibile continuare a considerare solo l’Artista. Finalmente dobbiamo tenere in considerazione l’intero processo: quello che c’è prima, durante e dopo che “l’Artista” salga sul palco o vada sullo schermo.

E mi ritorna “l’ombelico”. Oppure, pur essendo di carattere positivo, ribadisco il pensiero di una cara amica, Elena Sofia Ricci, che ad una domanda sul dopo Covid ha risposto: “Ho paura della resistenza dell’essere umano ad evolversi

Dopo quel che sta succedendo in Italia e nel mondo come ti immagini il futuro a livello politico, sociale ed economico? Quali conseguenze, rischi, ma anche nuove sfide o possibilità?

Credo non si possa ancora immaginare, in questo momento si deve solo stare all’erta, essere pronti a nuove sfide, con più e diverse determinazioni, facendo in modo di cogliere le possibilità che si presenteranno. Noi comunità Lgbtqi, potremmo trovarci a dover affrontare pesantemente il futuro. Voglio immaginare di poterlo affrontare quasi ad armi pari, con una politica possibilmente onesta di fronte alle emergenze sociali ed economiche che si presenteranno, anzi sono già in atto. Se vogliamo questa drammatica situazione potrebbe prestarsi a farci essere “più forti che pria”.

Infine qual è oggi secondo te la prospettiva che si apre nella lotta per i diritti e la liberazione sessuale?

Anche su questo, come dicevo prima, è difficile immaginare prospettive precise. Viviamo in un’epoca “virtuale” e in era coronavirus, siamo tutti immersi in questo mondo. Per questo anche in Italia si sta lavorando ad un progetto alternativo che ci vedrà svolgere decine di Pride in modalità virtuale con tutto il mondo. Potrebbe servire anche per fare un punto della situazione sui  diritti Lgbtqi negli altri Paesi perché i diritti, non possono andare in quarantena. E’ necessario esserci, anche virtualmente, e sicuramente leggeremo di un grande successo. Da lì bisogna ripartire, pensando alle nuove e future generazioni.

La locandina del Torino GLBT Festival da Sodoma a Hollywwod
Di Martino, la comunità Lgbtqi deve riconoscere le persone trans

Di Martino, la comunità Lgbtqi deve riconoscere le persone trans

Per l’attivista trans di Arcigay Orlando Brescia, le priorità sono l’accesso ai medicinali e il cambio di nome e documenti senza attendere anni una sentenza

Il nostro viaggio nella cominità Lgbti ai tempi del coronavirus approda oggi in una delle aree più tragicamente colpite dal covid 19, da dove abbiamo raccolto la testimonianza dell’attivista trans Andrea Di Martino, 66enne pensionato, dopo aver lavorato per anni come operatore socio sanitario, oggi è volontario della protezione civile e resiede ad Azzano Mella in provincia di Brescia.

Il suo attivismo è cominciato molti anni fa, come Rita, nell’associazione Pianeta Milk di Verona, in cui ha ricoperto cariche direttive per circa 10 anni, fino a due anni fa, quando si è trasferito a Brescia a casa della compagna Laura Bianchi. Il cambio di nome per la legge italiana è avveuto solo il 22 febbraio del 2018. Adesso fa parte del direttivo di Arcigay Orlando, dove assieme alla compagna e con l’appoggio di tutta l’associazione ha dato vita al Gruppo T.

Tu vivi in provincia di Brescia, una delle zone più duramente e tragicamente colpite dall’epidemia di coronavirus. Da volontario della Protezione Civile sei stato in prima linea nella gestione dell’emergenza. Puoi raccontarci cosa è successo e come hai affrontato queste settimane? Hai un episodio particolarmente significativo da condividere?
Andrea di Martino con la casacca di volontario della Protezione Civile

Sì, vivo a Brescia ma faccio parte della Protezione Civile del nostro Comune, sto aspettando che questa pandemia finisca per poter iniziare a fare anche il soccorritore presso Bassa Bresciana di Dello. 

Da fine febbraio a tutt’oggi sono stato impegnato come Protezione Civile, per consegnare mascherine, pacchi alimentare ect. Poi il nostro compito è sempre vigilare sul territorio, per assicurare che si rispettino le regole.

Quel che porto dentro e che vedo tutti i giorni è la solitudine delle persone anziane, quando vai da loro anche se non ci vedono perché siamo sempre con le mascherine, ma dai nostri occhi colgono un sorriso una carezza che non puoi fare. Ecco questo mi porto dentro tutti i giorni.  

Sul fronte personale invece come stai vivendo questo periodo di quarantena? Come sono cambiate le tue abitudini, le tue relazioni?

Sto vivendo questo momento molto serenamente perchè mi permette di aiutare gli altri, e questo mi rende anche felice. Ho dovuto impare molto con la tecnologia, per vedere i miei amici e i miei gruppi.

Il virus e le misure per contrastarlo hanno avuto un impatto enorme anche sulla socialità e anche sugli spazi di aggregazione lgbtqi, come associazioni, serate, locali, eventi culturali. Come avete reagito nel Circolo Arcigay Orlando di cui fai parte? Come ripartire, come saranno i prossimi mesi?

Dopo un primo momento di smarrimento abbiamo attivato tante videoconferenze, sia con i soci che con i gruppi proprio per non far sentire nessun* sol*.

Per la ripartenza ci stiamo organizzando per essere operativi non appena avremo il permesso di aprire, ma  intanto con le videoconferenze restiamo vicino al nostro mondo. 

Prima dello scoppio dell’emergenza nella comunità trans italiana era in corso un vivace confronto. Quali sono secondo te oggi le priorità per le persone transgender nel nostro Paese?
Andrea Di Martino con una "sardina" disgnata sulla bandiera trans
Andrea Di Martino con una “sardina” disgnata sulla bandiera trans

Innanzitutto sarebbe importante che la Comunità Lgbtqi+ tutta riconosca veramente il mondo T, troppo spesso trascurato, perché siamo persone che devono spesso affrontare un percorso molto più difficile di altr* all’interno della comunità stessa.

Le mie priorità per le persone trans sono una legge che ci tuteli in tutti i sensi, garantendo l’accesso (non a pagamento) ai medicinali per noi indispensabili, l’accesso agli ospedali senza le liste di attesa di 3/4 anni, e poi il riconoscimento ufficiale della nostra identità, del nostro nome senza dover aspettare una sentenza. Perché chi non si riconosce nel proprio corpo e nel nome e sesso assegnato alla nascita non riesce altrimenti ad esprimere pienamente e liberamente la propria identità.

Mi piacerebbe  che in primis i genitori accettino i propri figli e le proprie figlie e non li/le caccino di casa come succede spesso ancor’oggi.

Dopo quel che sta succedendo in Italia e nel mondo come ti immagini il futuro a livello politico, sociale ed economico? Quali conseguenze, rischi, ma anche nuove sfide o possibilità?

Mi  auguro che il mondo politico prenda coscienza delle persone e le aiuti. Non bisogna aiutare solo chi sta già bene ma bisogna aiutare più della metà degli italiani che soffrono proprio la fame. Nel nostro piccolo come Orlando diam il nostro contributo, aiutando le persone T  di Brescia che non avevano da mangiare con dei pacchi di prima necessità.

In questo Paese vorrei tanto che riuscissimo ad avere un matrimonio egualitario per proteggere i nostri figli, una legge contro le discriminazione per tutt* e che i politici ci rispettassero come persone non per le etichette che ci danno, perché ripeto siamo persone come tutt*.

Infine qual è oggi secondo te la prospettiva che si apre nella lotta per i diritti e la liberazione sessuale?

Per me ci sono cose molto più importanti che la liberazione sessuale, prima devono arrivare i diritti paritari per tutti  e poi si potrà parlare anche della sessualità. Ogni persona può amare un’altra persona senza essere attaccato dagli altri ognuno deve essere libero, senza offendere o togliere nulla, di amare chi vuole.   

Pini, la visibilità delle persone Lgbtqi unico modo per affermarci

Pini, la visibilità delle persone Lgbtqi unico modo per affermarci

Per lo storico attivista, tra i fondatori del Circolo Mario Mieli, per difendere diritti e visibilità ci servono meno personalismi e più senso di comunità

Tra le voci del nostro progetto non poteva mancare Andrea Pini, ex insegnante di scuola superiore da poco in pensione e storico attivista del movimento Lgbtqi italiano sin dal 1979, quando ha organizzato una delle prime manifestazioni di piazza a Pisa. Nel 1983 è stato tra i fondatori del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli di Roma, divenendone il terzo presidente tra il 1989 e il 1993. Importante anche la sua opera di saggista e storico del movimento con “Omocidi. Gli omosessuali uccisi in Italia” (Stampa alternativa 2002) e “Quando eravamo froci” (Il Saggiatore 2011).

Ma siccome chi come Andrea ha l’impegno civile nel sangue resta sempre attivsta e guarda sempre avanti, da qualche anno assieme a un gruppo di persone Lgbtqi ‘over’ ha dato vita all’Associazione Agapanto, anziane/i Lgbt per una coabitazione sociale.

Dopo una vita da attivista da qualche anno con un gruppo romano avete dato vita ad Agapanto, associazione che prova a dare risposta alle esigenze di socialità, solidarietà, condivisione e coabitazione di anziani/e Lgbti. Quali sentimenti si respirano all’interno di questa rete rispetto a una malattia che colpisce così duramente in particolare nelle fasce di età più avanzata?

Agapanto è un’associazione giovane – nonostante le nostre età assai adulte – e ancora poco strutturata. La dirigenza è fatta da un gruppo di 6 persone e l’associazione nel suo complesso non arriva a 50 soci. Il nostro modo di comunicare in questo periodo è essenzialmente tramite il gruppo su whatsapp (Età-beta) che condivide le esternazioni di 32 persone. Ogni giorno ci scambiamo molti messaggi, alcuni di pura evasione e divertimento (vignette che girano sulla rete), altri di informazioni utili (numeri di telefono per assistenze varie, visite guidate virtuali in musei e siti di interesse culturale).

Negli ultimi giorni si è sviluppato un dibattito sul rispetto dei diritti delle persone anziane che taluni sentono minacciati da eventuali provvedimenti restrittivi ad hoc. C’è molta voglia di libertà e di autodeterminazione. Dal gruppo non emergono vissuti di disperazione o paure, al contrario i partecipanti si mostrano lucidi e positivi.

Andrea Pini, nato nel 1955 a La Spezia, ex insegnante di Ecologia, Economia ed Estimo negli istituti tecnici. In pensione da pochi mesi. Single, a Roma da 40, al momemnto convive con un caro amico.
Nel 1979 è stato cofondatore del Collettivo omosessuale Orfeo di Pisa con il quale ha organizzato nello stesso anno una delle prime manifestazioni Lgbtqi di piazza in Italia.
Nel 1983 è tra i fondatori del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli di Roma, di cui è presidente negli anni 1989-1992.
Giornalista per le tre storiche testate Lgbt Lambda, Babilonia e Pride, è autore di “Omocidi. Gli omosessuali uccisi in Italia” (Stampa alternativa 2002) e “Quando eravamo froci” (Il Saggiatore 2011).
Oggi con altre persone Lgbtqi ha dato vita all’Associazione Agapanto, anziane/i per una coabitazione sociale.

In “Quando Eravamo Froci” hai analizzato com’era la vita delle persone omosessuali in Italia nella prima metà del 900, prima che il 68 e i pride aprissero una nuova stagione di visibilità, lotte e possibilità di costruire identità a livello individuale e collettivo. Con l’occhio da studioso come vedi la comunità Lgbtqi oggi?

Non la vedo molto, la frequento poco anche sui social. Le cose più interessanti che mi sono capitate sotto gli occhi (di sicuro ce ne sono altre ma non le ho viste né cercate) mi sembrano la Rete Lenford e il tentativo, temo velleitario, di creare un archivio LGBT nazionale che sarebbe bene non fosse gestito dalle singole associazioni ma da una fondazione nazionale indipendente.

Cito anche l’interessante corso di Storia contemporanea su “Diritto, storia cittadinanza delle persone LGBTI” che sta facendo il prof. Domenico Rizzo all’Università di Napoli.

Quanto alle associazioni politiche mi sembrano del tutto ininfluenti al momento, anche perché purtroppo non sono all’ordine del giorno i due provvedimenti legislativi che servirebbero (matrimonio egualitario e legge antidiscriminatoria). E poi ci sono gli anziani come l’associazione Agapanto, che per il momento è ferma. Ma per fortuna ci sono anche i giovani, che di solito sono portatori di novità e di salti in avanti!

Come stai vivendo questo periodo di quarantena? Come sono cambiate le tue abitudini e le tue relazioni?
Andrea Pini (sinistra) e Porpora Marcasciano

Paradossalmente lo sto vivendo molto bene. La situazione straordinaria ci limita molto, ma ci lascia anche uno spazio e un tempo nuovi. È come se fossimo dispensati dall’obbligo di una vita frenetica e piena di eventi, persone, cose, spostamenti. E togliendo tutto quelle cose, a sorpresa, ne rimangono molte altre come la lentezza, la mente sgombra dai programmi “esterni”, la possibilità di una cura maggiore di sé, del cibo che mangiamo, della casa.

La scoperta (o la conferma) che molte cose che credevamo indispensabili non lo sono, come i viaggi, l’andare dall’altra parte della città, i negozi, la necessità di incontrare dal vivo tante persone amiche….

Sono comunque un privilegiato, abito in una casa grande e luminosa, insieme ad un caro amico con il quale condivido “prigionia”, pranzi cene e pulizie; non lavoro (sono in pensione da pochi mesi); non ho problemi economici; e posso incontrare a piedi alcune persone care (ci incontriamo per fare la spesa insieme).

Il virus e le misure per contrastarlo hanno avuto un impatto enorme sulla socialità e anche sugli spazi di aggregazione lgbtqi, come associazioni, serate, locali, eventi culturali. Come ripartire, come saranno i prossimi mesi?

È vero. Si è fermato tutto il mondo aggregativo Lgbtqi. Penso che i ragazzi e le generazioni intermedie ne soffrano parecchio (noi più grandi ne soffriamo certo meno). Le persone Lgbtqi hanno più bisogno del resto della popolazione di incontrarsi e riconoscersi dato che siamo una minoranza di per sé non visibile.

Questo periodo di stacco potrebbe essere utile per rendere tutti più consapevoli del fatto che nulla è scontato, che certe cose sono conquiste da proteggere, che la visibilità è una costruzione politica e culturale. Sarebbe bello ripartire sapendo che siamo tutti uguali e tutti fragili, con meno presunzioni, meno voglia di affermare se stessi e più voglia di affermarci come comunità, meno interesse per il potere individuale, più voglia di potere collettivo e solidale. Non so come saranno i prossimi mesi, non lo sa nessuno. Credo che la nave ballerà parecchio, e noi siamo dentro questa nave Italia.

Le scuole sono state chiuse quasi subito e probabilmente non riapriranno fino a settembre. Da insegnante in pensione da pochi mesi, come ti sembra stia reagendo quel mondo? Vedi delle particolari criticità, per esempio nella formazione a distanza?
La visibilità di Andrea Pini nel suo lavoro a scuola – articolo uscito su Vanity Fair nel 2013

È incredibile come si fa presto, uscendo da un mondo che è stato il tuo mondo per quasi 40 anni, a sentirlo lontano e quasi estraneo. A parte questo credo che ora c’è l’occasione per sperimentare la didattica a distanza, l’uso più massiccio della tecnologia e degli strumenti multimediali. E credo che questo sia molto interessante e anche stimolante per tutti. Negli ultimi 10 anni nella scuola non si è parlato d’altro ma non si è trasferito nella lezione quotidiana quasi niente. Credo però che la lezione frontale, guardandosi in faccia, stabilendo un contatto di sguardi, creando una situazione di empatia simile a quella del teatro, sia almeno in parte insostituibile. Così come è insostituibile la dimensione collettiva della lezione. È un po’ come andare al cinema o vedersi un film in salotto. Per quanto riguarda l’applicazione pratica so dai miei ex colleghi che è tutto molto improvvisato, difficoltoso, faticoso da organizzare e da svolgere. Mi dicono che loro stanno lavorando il doppio. Ovviamente allo stesso stipendio.

Dopo quel che sta succedendo in Italia e nel mondo come ti immagini il futuro a livello politico, sociale ed economico? Quali conseguenze, rischi, ma anche nuove sfide o possibilità?
Andrea Pini al Pride

È una domanda difficile. Il mio desiderio utopico è che sia colta l’occasione per ripensare tutto, ma so che è solo un sogno rivoluzionario.

È tutto imprevedibile, potrebbe succedere come dopo la Prima Guerra Mondiale, con instabilità, crisi economiche, involuzioni nazionaliste e totalitarie. Oppure come dopo la Seconda, con una gran voglia di ricominciare, un boom economico, la nascita di una nuova Europa. Ma probabilmente nessuna delle due, o forse un misto fra le due. Oggi però sappiamo qual è la differenza tra vivere in democrazia e dentro un totalitarismo. E spero che questa consapevolezza ci salvi tutti quanti, come Italia e come Europa, perlomeno!

Il mio timore è che la fretta e la necessità di ricominciare ed andare veloci faccia perdere i più deboli socialmente ed economicamente, faccia perdere diritti, faccia perdere le donne (e le persone Lgbtqi). E poi che l’attenzione crescente che stava maturando sul clima subisca un arresto. Rischiamo meno regole e meno controlli sull’uso del territorio e delle risorse primarie, più inquinamento (basti pensare alle auto private che diventeranno il solo mezzo sicuro per spostarsi). Certo nei cambiamenti escono fuori anche opportunità positive, come il lavoro da casa o la possibilità di ricostruire una sanità pubblica decente, o di cose che ora non cogliamo. Confido che sapremo riconoscerle e utilizzarle. Facciamo gli scongiuri affinché l’attuale classe politica italiana sia all’altezza, se no saranno guai.

Infine qual è oggi secondo te la prospettiva che si apre nella lotta per i diritti e la liberazione sessuale?

Anche in questo caso abbiamo bisogno di alleanze e le nostre possibili sodali possono essere solo le donne – quelle consapevoli dei ruoli, dell’oppressione. Quello della liberazione dall’oppressione patriarcale è un processo che immagino come inarrestabile.

Certo che se vincono gli Orban e i Salvini ci sarà un lungo periodo involutivo e tristissimo, ma non potrà che essere una parentesi. Nessuna donna vuole veramente tornare ad essere quello che è stata fino a 50 anni fa e nessuna persone Lgbtqi+ vuole tornare nelle catacombe. Solo estreme minoranze vogliono essere irregimate da bande di folli ultraortodossi come quelli del Convegno di Verona dello scorso anno. Siamo centinaia di milioni e il processo andrà avanti.

Anche qui l’inevitabile crisi economica che si aprirà rischia di remare contro di noi. A meno che prevalga un nuovo spirito solidaristico e costruttivo che sia la spinta per una nuova Europa e una nuova Italia. E, dato che questa crisi è più globale di qualsiasi altra crisi, molto di più della Seconda Guerra Mondiale stessa, una brezza di buona rinascita potrebbe spirare anche in altre parti del globo. Le nostre richieste di diritti penso che saranno le stesse che sono maturate in questi ultimi anni, matrimonio egualitario, adozione dei figli del partner, uguali diritti dei bambini e bambine nati da una coppia Lgbtqi+ rispetto agli altri bambini, una scuola attenta, rispettosa, colta sulle differenze, una vera legge antidiscriminatoria. Rispolvererei anche il vecchio diritto alla/alle visibilità! Perché siamo minoranza e dobbiamo sempre un po’ affermarci nella sfera pubblica, per esserci veramente come persone intere.

Manuela di Nardo, l’Abruzzo Pride non è annulato. Troveremo il modo di farlo

Manuela di Nardo, l’Abruzzo Pride non è annulato. Troveremo il modo di farlo

Per la vicepresidente di Jonathan – diritti in movimento e portavoce del Coordinamento Abruzzo Pride, il Pride è tutto un mondo oltre le bellissime parate

Con Altrestorie abbiamo deciso di raccontare come sta vivendo la pandemia di coronavirus la nostra comunità Lgbtqi. Tanti volti, esperienze e riflessioni di attiviste/i, persone impegnate nel sociale, in politica, nelle lotte, nel web, artiste/i, e di tutta la splendida e variegata moltitudine che con le sue diversità da sempre anima la nostra comunità.

Dall’Abruzzo ci racconta la sua quarantena e come vede il prossimo futuro Manuela di Nardo, attivista di lungo corso e vicepresidente di Jonathan – diritti in movimento di Pescara e una delle portavoce del primo Abruzzo Pride che si sarebbe dovuto celebrare proprio a Pescara il prossimo giungo.

Da molti anni sei impegnata nell’associazione Jonathan di Pescara, per chi non vi conoscesse, ci puoi parlare di questa realtà, di cosa organizzate e di come sono cambiate le vostre attività in questo periodo?

Jonathan si occupa, dal 2001, della lotta per il riconoscimento dei diritti delle persone Lgbtq+ con eventi volti ad aumentare la conoscenza della nostra comunità tra la cittadinanza della nostra bella regione. Inoltre offriamo sostegno e aiuto a chi si trova in situazioni di crisi, anche attraverso una delle nostre attività principali: “l’accoglienza”. Questo è un luogo sicuro dove non esiste il giudizio, ma solo un’onesta condivisione di esperienze e pensieri.

L’emergenza di questo periodo ci ha costretti a rinunciare all’intimità emotiva che c’è nelle nostre attività principali, mantenendo un minimo di contatto attraverso i mezzi della tecnologia. Per quanto questi ci aiutino molto, e sono fondamentali in questa fase, ci mettono di fronte a molte difficoltà inaspettate. Prima fra tutte quella di guardare negli occhi una persona che con fiducia ci parla di sé.

I nostri progetti interrotti sono in una pausa costretta che ci rende impazienti, sperando di poter ricominciare presto a lavorare con grande entusiasmo.

Manuela di Nardo, 37 anni, impiegata, attualmente in cerca di nuova occupazione. Impegnata in una relazione aperta vive a Francavilla a Mare (PE)
Socia dal 2003 di Jonathan – diritti in movimento di Pescara, di cui è vicepresidente.
Negli anni ha partecipato all’organizzazione della campagna contro le IST “La Vita è Un Gioiello”, prestandovi anche il “volto”, è stata relatrice in diverse conferenze ed è impegnata nelle attività formative nelle scuole secondarie di tutto l’Abruzzo.
Attualmente è una de* portavoc* del Coordinamento Abruzzo Pride.

Quest’anno era in programma il primo Abruzzo Pride organizzato da un coordinamento di associazioni del territorio abruzzese. Che ne sarà? Tutto annullato?

Pur essendo molto cauti, e in fiduciosa attesa degli sviluppi, sappiamo che sarà difficile fare la classica parata, almeno come l’avevamo immaginata. Siamo però convinti che il grande lavoro, che ha portato un movimento incredibile nel mondo degli attivisti del nostro territorio, e il meraviglioso percorso iniziato a luglio 2019 hanno bisogno di una celebrazione.

L’incertezza generale non ci permette di pianificare qualcosa già da ora purtroppo, ma crediamo nel lavoro svolto finora e non deluderemo tutte quelle realtà e persone che ci hanno dato supporto, disponibilità e fiducia cercando di celebrare il primo Pride abruzzese in sicurezza.

Quindi, per rispondere alla tua domanda, no, non è tutto annullato e speriamo di non essere gli unici a credere che il Pride sia tutto un mondo, oltre alle bellissime parate.

Tu invece come stai vivendo questo periodo di quarantena? Come sono cambiati il tuo lavoro, le tue abitudini, le tue relazioni?
Manuela con lo striscione di Jonathan al Roma Pride 2007

La vivo relativamente bene, pur vivendo sola, non soffro la solitudine bensì il non poter scegliere quando essere sola. Per quanto riguarda il mio lavoro la situazione è tragicomica: la firma di un contratto bloccata dalla quarantena mi fa essere disoccupata, al momento senza prospettive.

Le mie abitudini sono cambiate in maniera relativa, i miei affetti sono quelli che ne risentono. Casa mia è sempre stata come un focolare per me, dove la domenica ci si riuniva tutti per mangiare assieme, con la famiglia che ho scelto: i miei più cari amici. Ora cucino e mando a tutti le foto ma non è sicuramente la stessa cosa.

Sei anche vicina all’ANPI locale. Com’è stato questo 25 aprile in lockdown?

Non sono un attivista diretta dell’ANPI, anche se personalmente sono una partigiana nel cuore. Questo 25 aprile è stato stranamente bello, pur non avendo potuto onorare i partigiani di persona, i nostri amici dell’ANPI di Pescara hanno organizzato una bella maratona web durata tutto il giorno a cui hanno partecipato personalità di spicco dell’attivismo.

Anche noi come Jonathan abbiamo dato il nostro piccolo apporto parlando del solido parallelismo che c’è tra Liberazione e Pride, simboli entrambi di orgoglio e amore.

Il virus e le misure per contrastarlo hanno avuto un impatto enorme sulla socialità e anche sugli spazi di aggregazione Lgbtqi, come associazioni, serate, locali, eventi culturali. Come ripartire, come saranno i prossimi mesi?
Manuela sulla sua amata moto

Sicuramente il concetto di luogo aggregativo dovrà cambiare, abbracciare un/a compagn* sarà impossibile e dovremo stare attent* tutt* per permetterci di tornare alla “normalità”. Probabilmente continueremo in modalità web per un po’, anche se non abbiamo certezze. Poi torneremo a condividere gli spazi in maniera rivisitata. Viaggiando di fantasia penso all’occupazione regolata di parchi e piazze, riappropriarci della città come luogo in cui poter vivere appieno sia la nostra dimensione pubblica che quella privata. Speriamo in un cambiamento sempre più in positivo nel prossimo futuro.

Dopo quel che sta succedendo in Italia e nel mondo come ti immagini il futuro a livello politico, sociale ed economico? Quali conseguenze, rischi, ma anche nuove sfide o possibilità?

In genere sono una persona realista, tendo a non dare per scontato mai niente e a informarmi il più possibile per essere preparata ad ogni evenienza. In questo momento tendo ad essere ottimista: dopo ogni brutta crisi c’è sempre stata una risalita, almeno a livello economico.

Per quanto riguarda il mondo dell’attivismo chi, come me, è abituato a darsi sempre tanto da fare scalpita nell’attesa di tornare a manifestare, parlare, formare e creare nuovi luoghi e occasioni di confronto positivi.

In sostanza, mi pare evidente, io sono positiva!

Infine qual è oggi secondo te la prospettiva che si apre nella lotta per i diritti e la liberazione sessuale?

L’aumento delle violenze sulle donne del 75%, i casi di abuso su minori Lgbtq+ costretti a vivere con genitori omofobi subendo violenze fisiche e verbali, sono un allarme chiaro che la classe politica e la società tutta non possono ignorare. Per fortuna mi sembra che il vecchio e reterotico linguaggio patriarcale abbia stancato, trovando una risposta positiva nella società. Un esempio è il ragazzo campano costretto a vivere dai genitori nel sottoscala: è stato aiutato da tutta la comunità e ora vive ospite di un’altra famiglia.

Nonostante ciò sono ampiamente consapevole che il nostro lavoro non sarà facile. Negli ultimi anni il linguaggio nei confronti della comunità Lgbtq+ si è fatto più violento, ma a me le sfide piacciono. E allora facciamoci sotto!

Di Sabato, Dall’isolamento riscopriamo l’importanza della nostra visibilità fisica

Di Sabato, Dall’isolamento riscopriamo l’importanza della nostra visibilità fisica

Per l’attivista e insegnante romano la scuola oggi paga i tagli e le riforme del recente passato, ma nella distanza docenti e studenti si stanno ritrovando

Con Altrestorie abbiamo deciso di raccontare come sta vivendo la pandemia di coronavirus la nostra comunità Lgbtqi. Tanti volti, esperienze e riflessioni di attiviste/i, persone impegnate nel sociale, in politica, nelle lotte, nel web, artiste/i, e di tutta la splendida e variegata moltitudine che con le sue diversità da sempre anima la nostra comunità.

Dal suo isolamento domestico ci ha risposto Geatano di Sabato. Napoletano a Roma, insegnante di lingue in un liceo scientifico e attivista Lgbtqi, Gaetano ha fondato alcuni anni fa l’associazione I Mondi Diversi con cui ha organizzato diverse iniziative culturali e politiche e che dal 2014 fa parte del Coordinamento Roma Pride.

Vorrei cominciare dal tuo lavoro di insegnante in una scuola superiore. Le scuole sono state tra le prime ad essere chiuse allo scoppiare dell’emergenze e probabilmente non riapriranno prima del prossimo settembre. Come sta andando nella tua esperienza, con la didattica a distanza? Cosa pensi dei provvedimenti presi sulla scuola?

La mia è un’esperienza estremamente positiva. Insegno in un liceo statale che già da alcuni anni ha esplorato percorsi di innovazione. Eravamo quindi già “attrezzati” del necessario e questo ci ha permesso di passare dalla didattica in presenza a quella a distanza senza soluzione di continuità. Nel pomeriggio del 4 marzo arrivò la notizia della chiusura e già il 6 mattina eravamo online con un orario delle lezioni adattato.

La cosa forse inaspettata ma davvero straordinaria è stata la risposta della comunità scolastica. L’impegno e la generosità dei docenti, il livello di partecipazione degli studenti, le espressioni spontanee di stima e di gratitudine da parte delle famiglie stanno ridando centralità al valore umano della scuola, come luogo ideale di relazioni che conferiscono profondità all’azione educativa e formativa. Credo che nel distanziamento forzato, docenti e studenti si stiano “riscoprendo”, riavvicinando e rivalutando reciprocamente come non accadeva da tempo.

Purtroppo so di tante altre realtà che devono invece affrontare le sperequazioni nel tessuto sociale e l’insufficienza delle risorse. La scuola, come la sanità pubblica, negli ultimi vent’anni ha sofferto tagli e riforme incomprensibili e la pandemia ha reso ancora più evidenti gli effetti di tanti errori.

Con tutta la buona volontà, correre ai ripari adesso non è semplice e lo testimonia proprio il clima di incertezza intorno al “destino” della scuola nei prossimi mesi. Al di là dei fondi, comunque insufficienti, messi in campo finora, le questioni legate all’edilizia scolastica, alle risorse umane, alla formazione, all’organizzazione sono di enorme complessità ed è urgente che si diano risposte attraverso un piano serio per la scuola pubblica che verrà.

Gaetano Di Sabato, 44 anni napoletano, vive e lavora a Roma dal 2004. Insegna Lingua e cultura inglese in un liceo scientifico statale. Alcuni anni fa ha fondato l’associazione di promozione sociale I Mondi Diversi che dal 2014 fa parte del Coordinamento Roma Pride.
Single “per scelta dopo un passato ricco di relazioni, avventure e una lunga convivenza” vive solo.

Per il resto invece come stai vivendo questo periodo di quarantena? Come sono cambiate oltre al lavoro, le tue abitudini, le tue relazioni?

Nel corso della vita, un po’ per indole un po’ per formazione, ho anche ricercato e coltivato momenti di solitudine. Questo mi ha avvantaggiato nell’affrontare il periodo che stiamo attraversando, nel senso che grazie al lavoro a distanza, alle passioni personali come i libri e il cinema, che posso comunque assecondare, e a una certa consuetudine a rimanere con me stesso, riesco a “reggere” abbastanza bene.

Il problema è che in questo caso l’isolamento non è una scelta e per uno come me, libertario, insofferente agli schemi, che ha nell’autodeterminazione il suo valore guida, la costrizione non è facile da sopportare. Cerco di viverla come un esercizio del mio senso di responsabilità civile.

Quel che mi mette più alla prova è proprio la questione delle relazioni. Non sono mai stato bravo a coltivarle a distanza, nemmeno quando l’unico strumento era il telefono. L’impossibilità di essere fisicamente vicino alle persone è un grosso ostacolo. Confesso di sentire come se stessi trascurando alcuni rapporti e questo è per me motivo di sofferenza.

Il virus e le misure per contrastarlo hanno avuto un impatto enorme sulla socialità e anche sugli spazi di aggregazione Lgbtqi, come associazioni, serate, locali, eventi culturali. Come ripartire, come saranno i prossimi mesi?
Gaetano di Sabato (a destra) ad una manifestazione per i diritti

Al di là del progressivo allentamento delle restrizioni, la vera sfida sarà superare i timori che stiamo interiorizzando. Il distanziamento sociale non è soltanto una precauzione fisica. Impatta globalmente sul modo di essere con gli altri; implica reprimere gesti naturali che fanno parte del “linguaggio” complessivo con cui ci relazioniamo. Il distanziamento fisico può facilmente diventare emotivo oppure tradursi in frustrazione, e questo rischia di rendere tutto più difficile. In più questa nuova situazione si innesta su una triste tendenza degli ultimi anni per cui molte persone dividono la propria socialità tra il reale e il virtuale, privilegiando spesso quest’ultimo.

Io appartengo a una generazione che ha assistito all’esplosione della favolosa vivacità con cui la collettività Lgbtqi, ha portato fuori dall’ombra i suoi spazi di aggregazione, facendo intrattenimento e cultura in modo anche funzionale alla lotta politica. È però innegabile che, per tanti motivi, la capacità attrattiva e la popolarità di alcune di queste forme di aggregazione ultimamente si sono ridotte.

Per provare a trasformare il disagio in opportunità, spero che l’isolamento che di quegli spazi ci ha privato del tutto ci faccia presto ritrovare lo spirito con cui originariamente li abbiamo fortemente voluti e caparbiamente creati.

Tu sei anche molto legato al Pride e al Roma Pride in particolare. Questo rischia di essere il primo anno senza Pride a Roma e nel resto d’Italia da oltre 25 anni. Che ne pensi?
Gaetano di Sabato (destra) con le bandiere de I Mondi Diversi al Roma Pride

L’assenza dei Pride è una ferita. Non ci sono molte altre parole per dirlo. Ogni anno nei Pride quello spirito a cui accennavo prima si riaccende. Si tratta forse dell’unica manifestazione di piazza che è ancora capace di dare espressione e corpo, anzi “corpi”, a principi che mai come in questi anni vanno strenuamente difesi. Perché si protendono verso un mondo possibile in cui discriminazioni e disparità siano solo un ricordo. In un momento che ci chiama a immaginare un futuro diverso, i Pride sarebbero di estrema importanza. Mi auguro che troviamo un modo alternativo di esserci, con la promessa di tornare in piazza alla grande non appena possibile.

Dopo quel che sta succedendo in Italia e nel mondo come ti immagini il futuro a livello politico, sociale ed economico? Quali conseguenze, rischi, ma anche nuove sfide o possibilità?

Tra le altre cose, la pandemia ha svelato e amplificato tutte le contraddizioni del nostro modello di civiltà. Ha congelato i consumi che ne erano la benzina e ha rallentato la produzione che ne è il motore. Ma soprattutto ha reso chiara l’insostenibilità di un sistema nel quale il mercato finanziario è essenzialmente speculativo e vive in una bolla quasi del tutto indipendente dall’economia reale, mentre un liberismo esasperato e sacralizzato marginalizza il ruolo dell’autorità politica, che arretra e subordina il benessere delle persone all’esigenza di conservazione del sistema stesso.

Gaetano di Sabato (sinistra) interviene a un’iniziativa

A pensarci, è un po’ come in una deriva totalitaria, in cui le persone esistono per preservare il sistema e non viceversa. E serve a poco che in qualche modo i diritti individuali continuino a essere riconosciuti se vengono a mancare condizioni sociali che consentano di esercitarli davvero. È questa consapevolezza la lezione che dobbiamo apprendere dall’emergenza attuale. Sprecare energie a immaginare utopie prossime venture o strapparsi le vesti anticipando catastrofi è inutile. In genere le costruzioni ideali o ideologiche, per quanto grandi e ambiziose siano, falliscono se non tengono conto della natura propria degli esseri umani, in genere infelici a essere persone se non possono essere anche individui.

Una cosa è certa. Il mondo che sarà avrà luci ed ombre, perché è in noi che ci sono luci ed ombre. Sarebbe bello però se, almeno questa volta, riuscissimo a ricordare gli errori che ci sono stati rivelati e provassimo a correggerli. Se almeno capissimo che mettendo in comune le risorse renderemmo comuni anche gli interessi, potremmo smettere di parlare ipocritamente di una solidarietà che non c’è e potremmo immaginare di nuovo una comunità internazionale realmente capace di porre rimedio ai guasti e alle ingiustizie sociali che ci affliggono globalmente.

Infine qual è oggi secondo te la prospettiva che si apre nella lotta per i diritti e la liberazione sessuale?

Sinceramente? Ho la triste impressione che si sia diffusa la falsa convinzione che la faccenda dei diritti appartenga al passato e che la liberazione sessuale consista nella possibilità di fare sesso come e quando ci pare, il che in effetti come possibilità esiste… Basta che non se ne parli troppo…

Battute a parte, alcune scelte e alcuni eventi ci hanno fatto entrare in quella fase, pericolosissima per qualsiasi movimento di liberazione, in cui certe istanze non potendo più essere soppresse vengono “contenute” tramite un processo di assimilazione che, normalizzandole, le neutralizza. Si ha così l’impressione di aver vinto e invece si è solo accettato un compromesso e ci si è adeguati entro un confine che è definito dalla cultura stessa da cui originariamente si cercava di affrancarsi.

Per certi versi, per una fase analoga passò il movimento femminista al volgere degli anni ’80 e adesso la stiamo attraversando noi. Prima ancora di concentrarci sui traguardi da conquistare, nell’immediato la sfida è convincere le persone che traguardi ancora non raggiunti esistono e che c’è bisogno di lottare per arrivarci. E questa sfida si vince in un solo modo: facendo cultura e (ri)animando il confronto politico.

Per come la vedo io, è questo l’orizzonte delle prossime battaglie, altrimenti il resto è perduto. Un’idea potrebbe essere ricominciare a farsi e a fare domande, a mettere in discussione tutto, invece di continuare a fare affermazioni di principio che non scaturiscono dall’elaborazione di dubbi profondi.